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SOGNO O SON DESTO

 

Non è insolito a chi si accosta allo studio e alla letteratura dei temi umanistici, che siano di carattere filosofico, psicologico o spirituale, incorrere sul concetto dell’inconsapevolezza umana causata da un apparente stato di sonno in cui essa vive. L’Essere umano è addormentato, ci dicono, e per quanto tutto ciò possa creare una resistenza nei nostri pensieri, sta di fatto che i più grandi Iniziati e Maestri della storia concordano con questa teoria.

Fin dai primi anni in cui mi sono avvicinato alla ricerca interiore, nonostante l’ostilità che queste affermazioni suscitavano sulle mie riflessioni, mi sono sforzato di comprenderne il significato reale senza fermarmi alla semplice interpretazione letterale dei termini. Infatti, come ci si può considerare addormentati, sapendo che ogni santo giorno ci alziamo dal letto e trascorriamo un’intera giornata a fare cose, e che tutto ciò è scandito sia dagli orologi che dal ciclo del Sole e della natura.  

Bisogna allora considerare che i grandi Maestri come Buddha (che significa “il risvegliato”), hanno così cercato di concettualizzare una condizione dell’Essere, che a buone ragioni è paragonabile allo stato di sonno, e che il termine “dormire” ben sintetizza. Tuttavia i termini non sono assoluti, ben sì interpretabili, per cui se volessimo davvero relazionarci con certe similitudini, dovremmo anche capire il punto di vista di chi le esprime; dovremmo cioè possedere le stesse facoltà dei grandi Maestri o essere dei Buddha.

Non scoraggiamoci però, è bene sapere che esistono tante sfumature, tanti livelli collegati alla comprensione delle cose, un po' com’è rappresentato anche dalla nostra stessa esistenza. Si cresce e si scopre il mondo un po' alla volta, ed è secondo lo stesso principio che procede la formazione della conoscenza di tutte le dinamiche umane. Per fare un esempio, nessuno si potrebbe definire un musicista alla seconda lezione di chitarra, ma è da quelle prime volte che di fatto s’inizia a suonare.

Quindi, tornando al nostro argomento, anche il comprendere ciò che diceva Buddha è rappresentato da un procedimento progressivo. Noi non possiamo su due piedi interpretare il termine “dormire”, essendo in realtà un’ampia sintesi con la quale non sapremmo nemmeno come rapportarci. Per questo motivo dobbiamo prima trovare un punto di partenza, un’analogia del dormire che possiamo riscontrare in un modo concreto nel nostro vissuto.

In questo momento siamo svegli, stiamo leggendo un articolo, come potremmo accorgerci del fatto che in realtà stiamo dormendo? O l’uno o l’altro. Esiste tuttavia un livello intermezzo che in un qualche modo può coniugare i due poli opposti, tanto nel significato quanto nel concreto, e che definisce una particolare condizione: l’essere sonnambuli. Di norma questa condizione si sviluppa durante la fase di sonno profondo, e accade solo ad un numero limitato di persone, ma è una realtà oggettiva e riconosciuta da basi scientifiche. Ed è a questo a cui pensa la stragrande maggioranza delle persone a proposito del sonnambulo, però, è da notare che abbiamo adottato l’utilizzo di analogie simili al sonnambulismo anche per definire alcuni momenti del nostro stato di veglia; e questi innegabilmente li abbiamo potuti sperimentare tutti.

Si pensi alle volte in cui richiamando o venendo richiamati da qualcuno abbiamo detto o sentito dire: Oh! ma sei sveglio? Ci sei? Svegliati! Oppure ripensiamo a quante volte ci è accaduto di percorrere un tratto di strada, a piedi o alla guida di un’auto, senza poi ricordare minimamente il tragitto seguito, “risvegliandoci” solo al nostro arrivo e accorgendoci solo in quel momento di ciò che era appena accaduto. Eppure una macchina non si guida da sola, per forza di cose siamo stati noi a farlo, non si può dubitare dello stato di veglia, tuttavia nemmeno sforzandoci saremmo in grado di ricordare il minimo particolare; come lo spieghiamo?

Forse ora, considerando quest’ultimo esempio largamente condiviso, le affermazioni dei grandi Iniziati prendono forma, le sentiamo più vicine, ma dobbiamo subito renderci conto che se nascondono una verità di fondo, questa di sicuro non si riferiva alla circolazione stradale. A questo proposito c’è poco da preoccuparsi, ed è normale guidando un veicolo di eseguire quell’azione in un modo meccanico, non è di per sé pericoloso, perché comunque in quei momenti permangono attive altre parti di noi come i riflessi, l’istinto di sopravvivenza, i quali richiamerebbero in un lampo la nostra attenzione in caso di pericolo.

Con ciò però è possibile fare delle supposizioni concrete, sembra in effetti che ci siano dei casi in cui non è sufficiente avere gli occhi aperti per considerarsi svegli. O completamente svegli. Pensiamo anche a tutte le volte che ci siamo illusi, o che non abbiamo capito, oppure per non aver dato ascolto ai suggerimenti: occhio, stai attento, apri gli occhi, ecc... Anche queste esperienze fanno parte del vissuto di tutti, e consistono nella ripetizione meccanica e analoga alla guida di un veicolo, equiparata al nostro modo di reagire sul piano mentale ed emotivo.

Tutto ciò dimostra, indipendentemente da che siano giuste o sbagliate le conseguenze, che ci sono momenti della giornata in cui viviamo in una sorta di sonnambulo, il quale non ci ostacola più di tanto nel doverci occupare di cose meccaniche come respirare, guidare o lavorare, mentre guardiamo la televisione, facciamo una doccia, mangiamo zuccheri o fumiamo sigarette. Quanto siamo svegli e presenti durante le nostre azioni quotidiane? Forse per il tipo di lavoro, ad esempio un chirurgo, in quel momento si è totalmente presenti alle proprie azioni, ma nel tempo restante di ciò che si vive? Possiamo quindi essere presenti e consapevoli di alcune cose e totalmente assenti su altre? Quante volte durante la giornata passiamo da uno stato all’altro? La mattina quando ci alziamo dal letto e ci accorgiamo di esserci svegliati, poi cosa succede? Ci voltiamo indietro e sono passati vent’anni…

Non possiamo darlo per scontato; forse gran parte delle nostre considerazioni sulla vita sono il frutto di reazioni meccaniche, istintive, che interpretiamo corrette solo perché condivise da una larga maggioranza di persone. Questo però non prova nulla, tanto meno che siano giuste, e in ogni caso non dimostrerebbe la lucidità di un pensiero consapevole. La storia è piena di sviste collettive.

Au contraire, quando un sonnambulo si alza di notte è in grado di aprire le porte, di scendere le scale, può parlare, ridere e comunicare in certi casi, manifestare emozioni, senza rendersi conto di nulla di ciò che sta facendo, e senza averne il minimo ricordo il giorno seguente. Tutto funziona perfettamente, ma una parte di lui non è presente, tuttavia il sonnambulo non è quasi mai quella persona immaginaria, catatonica, che cammina con le braccia sollevate come uno zombie.

Noi quanto siamo consapevoli del nostro presente? E di quante cose lo siamo, che accadono dentro e fuori di noi ogni giorno, ogni ora, se stiamo guidando, lavorando o se stiamo mangiando. Per l’ampia, l’ampissima visione di alcuni l’umanità in generale è considerata addormentata, poco più che sonnambula, al punto che esistono e sono sempre esistiti individui che egoisticamente hanno saputo come approfittarne.      

Per finire non dimentichiamo la progressione, ricordiamoci che se ben abbiamo afferrato il concetto non siamo dei Buddha. Il concetto dell’Essere umano addormentato non è da intendersi come un giudizio negativo, da parte di altri individui, nemmeno se riflettendoci dovessero riaffiorare dei ricordi imbarazzanti. Questo concetto è invece un punto di partenza, una caratteristica che i grandi Maestri hanno indicato come superare e che ci consigliano di tenere bene in considerazione, quando ogni giorno ci mettiamo alla guida del veicolo umano.


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